L'Avanguardia

Si muore di caldo, eppure è quel caldo che anche se uno ha caldo per nulla al mondo si sfilerà la felpa, quella pesante che lo mantiene in quello stato per cui viene annullata anche la forza di chiudere gli occhi, costretti perciò a scorrere stanchi su exercise.polito.it nella speranza di osservare un’ispirazione per risolvere un equazione.


E intorno.


La favola è intorno. Intorno è una scenografia da film, un luogo ed un’atmosfera romantici, nel senso stretto della parola, nel senso che il cuore batte solo per la bellezza di essere lì.


Che poi uno è scemo se si emoziona tanto da farsi battere il cuore nell’aula studio verde (avrebbe un numero ma non lo sa, uno. In gergo si chiama così) del Politecnico di Torino. Uno sarà anche scemo ma capitelo. Con la temperatura di cui sopra, le palpebre pesanti tenute aperte a forza da una volontà stoica o più probabilmente dalla consapevolezza che presto o tardi questa routine distruttiva terminerà, intorno a lui ci sono dei volti per cui se Van Gogh fosse vivo impazzirebbe. Io stesso, che non ho il coraggio di impugnare una matita senza la sicurezza di un righello che la guidi, passerei tutto il giorno a disegnare l’umanità di questa stanza.


Quella nell’aula verde del Politecnico di Torino è l’avanguardia dell’umanità.


Uno, nel frattempo, sempre quello scemo a cui batte il cuore, nota che la ragazza al suo fianco si è addormentata. Così. Ha chiuso il portatile, incrociato le braccia sul tavolo, e ci ha sprofondato la fronte in mezzo. Quello a sinistra di lei impreca. Non dice nulla ma uno che lo sta guardando può dirlo osservando i suoi occhi roteare con furia e le sue labbra stringersi, probabilmente per un esercizio che sta svolgendo da mezz’ora ma continua a risultare errato, con una piccolissima discrepanza nella radice. Dietro sta un cinese che se fosse in qualunque altro posto indosserebbe una mascherina e verrebbe guardato un po’ male, ora. Nell’aula verde, però, sono tutti troppo impegnati a superare gli esami per pensare di poterlo guardare storto. Più in là una ragazza sta guardando un video su YoTube, beh, una pausa concediamogliela. Un tipo decisamente nerd, dall’altra parte del tavolo, con un accento napoletano scambia alcune parole un po’ in francese, un po’ in inglese con un negretto dal volto ingenuo che non si è mai tolto quel cappellino con cui è entrato questa mattina alle sette.


pensa te se uno deve farsi guardare male facendo una figura imbarazzante mettendosi a scattare una foto per il suo stupido blog in mezzo all'aula verde

Fisica II, Analisi II, Ingegneria Strutturale, Analisi I, Elettrotecnica, Fisiologia, Circuiti, Idrologia, Impianti Industriali, uno sbircia curioso con troppa indiscrezione e riesce a leggere alcuni dei libri furiosamente sfogliati dagli avanguardisti, che ogni tanto schiantano la propria schiena sullo schienale, sbuffando scoraggiati. Poi, ad un orario variabile, entrano gli arabi. Ah, gli arabi. Uno si accorge che arrivano perché probabilmente non hanno mai imparato a parlare sottovoce. Cominciano ad andare a salutare le persone (gli arabi sono amici di tutti, ti salutano e stringono la mano anche se non li hai mai visti prima) fanno il giro dell’aula per guardare il codice di quelli che stanno programmando, valutano un po’ l’atmosfera, poi se ne vanno. Non si sa dove. Forse nell’aula studio con i vetri (che forse ha un numero ma uno non lo sa, in gergo è così).


Il bello è che uno può stare tutto il giorno gomito a gomito con una ragazza bellissima o con un programmatore fortissimo che sta creando un programma pazzesco e non scambia con loro nemmeno una parola. Zero. No, una forse. "È libero qui?" "Sì." Fine.

Sono così, gli ingegneri. Hanno questa malattia strana per cui possiedono l’etica e la rettitudine morale di un padre costituente, ma la socievolezza di Clint Eastwood in Gran Torino. Non fraintendiate, uno può conoscere mille persone e avere moltissimi legami in aula studio - anche se non è arabo - ma non potrà mai farsi degli amici, lì.


In questo mondo, uno ammira le penne agitarsi, come all’impazzata girano le rotelle di chi le impugna, dita esili e sicure digitare nugae dettate dall’esasperazione come:


printf(“how tired are you from one to ten: ”);
scanf(“%d”, &a);
if (a>=2) printf(“you are too tired, go and have a break\n\n”);

Poi uno va a fare la pipì. Probabilmente, della sua giornata tipo in aula studio, che comincia alle 7:30 per assicurarsi il posto quello bello e finisce alle 19:30 con un numero di neuroni attivi a malapena sufficiente per portarsi a casa intero, il momento più rilassante. Scende le scale e va nel bagno. Si concede un lavaggio di mani lungo e con abbondante sapone. Per viziarsi proprio e concedersi una pausa di qualità, uno schiaccia due volte il pulsante dell’asciuga mani, lasciandosi coccolare dal calore rassicurante del suo unico vero consolatore in tutto il Politecnico. Successivamente, risale le scale e se proprio gli va di culo (potevo dire “se gli va bene”. La parolaccia l’ho messa per te, nonna. Un bacio) incontra uno o due arabi che lo salutano sorridendo, altrimenti si trascina nuovamente in aula verde per tornare a studiare.


Se scoppiasse una qualunque catastrofe e fossero tutti costretti a rimanere bloccati ed isolati lì, uno è sicuro che potrebbe sopravvivere almeno un anno in tutta pace. A giudicare dalle dimensioni delle macchinette, i viveri sarebbero sufficienti. Al resto penserebbero i cervelli dell’aula verde e dove non sarebbero in grado di arrivare, potrebbero occuparsene le braccia di quelli che se usciti dall’aula verde non fanno un salto in palestra, potrebbero andare in crisi d’astinenza.

Insomma.

Forse non sono riuscito a raccontare poeticamente e con pathos come farei di solito l’atmosfera di questi luoghi ma, capitelo, uno è anche condizionato dalla razionalità del luogo che, nonostante quella che per uno può essere magia, rimane sempre solo un gruppo di gente che studia.


Però forse riesco a buttare giù qualcosa ora:

non esiste Festival di Sanremo, non esiste letteratura, non esistono strani pensieri effimeri ed astratti, per quanto profondi siano, non esistono velleità intellettuali di ogni sorta, nell'aula verde. Ci sono le emozioni concrete, la forza dello stare vicini, di conoscersi senza parlarsi, di rispettarsi senza squadrarsi. C'è compassione. Come la intende Schopenhauer, che stando sempre solo ha capito bene cosa vuol dire studiare insieme (anche se non necessariamente studiando la stessa cosa di un altro): la compassione del condividere le stesse tribolazioni, gli stessi dubbi, la stessa necessità di quel 18 che non salva nessun lavoro ma unicamente il proprio orgoglio.


Alla fine uno perde minuti importanti di studio per condividere e scrivere di quello che vede, di quanto è felice di stare in un posto a cui non appartiene ma che lo affascina, e rischia di essere bocciato di Analisi perciò, dopo essersi concesso questa “pausetta” sarebbe bene che uno tornasse al lavoro.


La ragazza di fianco s’è svegliata.

Ops.

Forse ha letto che uno ha scritto che si è addormentata.

Fiuu, non c’è problema.

C’è bisogno accada molto peggio perché due ingegneri sconosciuti si parlino.



ALCUNE NOTE


Sono molto migliorato, con le parentesi! Che gioia, sono molte meno e più brevi! La seconda gioia più bella di oggi dopo l'asciuga mani.


Su Spotify ho aggiunto alcune playlist di genere: colonne sonore, classica, jazz (ancora un po' scarna) e poi È USCITO L'ALBUM DEI GREEN DAY.


Sto preparando un articolo di quelli seri, che per scriverli ci si mette un po' e sono anche dettagliati e precisi. Riguarda la tecnologia e come senza rendercene conto regaliamo la nostra identità digitale in cambio di servizi gratuiti che salvano ogni nostra azione, in particolare Google.


Dall'ultima volta che ho scritto è passato meno tempo della media. Mi dispiace. Scusate prometto che cerco di essere meno assillante e più cose che scrivo tenerle per me senza pubblicarle.


Un abbraccio.

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